Russia, i Colori della Neve

Russia, i Colori della Neve

Impressionismo e Realismo Sovietico

Dal 29 novembre 2013 al 30 Maggio 2014

La Galleria Antiquaria di Carlo  Maria Biagiarelli espone una selezione di dipinti raccolti direttamente nell’ex Unione Sovietica negli anni ’90, opere  realizzate dalla fine della  Seconda Guerra Mondiale  ai primi  anni ’70 da pittori sparsi sull’enorme territorio sovietico, dalla Siberia all’Ucraina, dalla Georgia alla Bielorussia.

Circa duecento opere si di varie dimensioni. I formati grandi abbracciano  i temi storici, politici e sociali, dipinti destinati ad edifici pubblici. I formati medi e piccoli  riproducono varietà di soggetti spesso dipinte  dal vero, “en plein air”.

Il suggerimento  migliore è guardare con attenzione le opere, anche le piccole: perché tutte testimoniano la creatività e l’impegno artistico di un’epoca ormai conclusa, in cui viene raccontata una cronaca che è già storia.

Le sostiene sempre un’ottima qualità pittorica, raggiunta anche  attraverso i rigorosi percorsi formativi garantiti agli artisti, e riescono in ogni caso a  comunicare il loro messaggio con l’immediatezza dell’arte figurativa voluta dalle Scuole del regime.

Le opere proposte in questa mostra  provengono tutte direttamente dagli studi dei pittori e dalle case degli eredi.

Paolo de Gasperis

Layout 1

Avanzano a grandi passi nella neve, lungo la traiettoria obliqua della tela, le facce arrossate, le balalaike in spalla, avvolte nelle custodie, l’aria appannata dai fiati, gli huskies festanti appena sciolti dalle slitte: corrono verso il miraggio di una zuppa calda, di stufe, di samovar.

In questo bellissimo olio di Ghennadi A. Darin, datato 1954, sono condensati non solo i colori della neve, ma quelli dell’anima russa: la felicità espressiva delle pennellate dense e rapide sembra inseguire un movimento interiore che a volte ha l’allegria di una ballata, a volte la malinconia di una nenia o la potenza di un canto corale.

L’aspetto più sorprendente è questa pienezza emotiva, la carica vitale di un’arte che nessuna costrizione stilistica può riuscire ad umiliare.

Quando il termine Realismo Socialista compare per la prima volta nel 1932 su una Gazzetta Letteraria, affermando che “le masse hanno bisogno di onestà artistica, di affidabilità e di un realismo socialista che rappresenti la rivoluzione proletaria”, gli artisti vengono investiti del duplice compito di celebrare l’identità di un popolo e, al tempo stesso, di educare le masse. A loro è consegnata l’esaltazione della cultura nazionale, dell’etica del lavoro, del senso politico di appartenenza al partito: una condizione difficile, paradossale e omologante per la creatività e la libertà espressiva.

Ma il vero paradosso è che non riesca ad omologare lo stato d’animo degli artisti russi.

Formati nelle Accademie, passati dagli zar al servizio della committenza pubblica, impregnati di classicismo, devono fare i conti sia con i soggetti (le grandi tele celebrative, o Kartine, operai vigorosi, famigliole felici, lavoro dei campi), sia con strumenti stilistici “consentiti”, perché le avanguardie dei primi del Novecento sono considerate  eversive e destabilizzanti e d’altro canto l’impressionismo francese è troppo borghese, edulcorato, privo di vocazione etica.

Non a caso Chagall, Malevic, Kandinskij lasceranno il paese.

Quello che accade è un evento straordinario: il retaggio classicistico della formazione di Accademia si fonde con l’impulso degli “itineranti” che negli ultimi decenni dell’Ottocento alle Accademie avevano preferito i cavalletti en plein air, rivisita la lezione dei francesi, Cezanne, Monet, Degas, e la rivitalizza con i nuovi temi sociali e popolari.

Sicché i due filoni, quello più propriamente definito come Realismo Socialista e quello dell’Impressionismo Sovietico, non rappresenteranno due correnti distinte, ma continueranno ad intersecarsi, connotando gran parte della produzione artistica per circa sessant’anni. Nasce quindi una pittura con delle caratteristiche proprie, un “impressionismo della classe lavoratrice”, con una forza etica e sociale che  contraddistingue la sua unicità: un insieme di circostanze, un intreccio di eventi storici e culturali ne fanno un’espressione artistica irripetibile.

Così nascono le opere di questa mostra, che vuole essere un contributo alla comprensione di un fenomeno complesso e fecondo: i campi di grano, i boschi di betulle, i covoni, i pontili e i battelli sul Volga, le gru di ferro come grandi trampolieri, i tetti innevati delle izbe, gli interni che sfondano su alberi e cieli, le nature morte preziose di uova pasquali e tovaglie con i ricami, l’intimità dei gesti d’ogni giorno, donne che parlano coi soldati, bambini che fanno i compiti, lattaie, le facce segnate che raccontano sentimenti e storie.

… E questi ragazzi che avanzano nella neve con le balalaike in spalla.

Nelle ultime pagine de Il dottor Zivago, Yevgraf crede di aver riconosciuto nella giovane Tanja la figlia di Lara e Jurij, poeta e appassionato di balalaika.

Ma non è sicuro che sia proprio lei la figlia di Jurij Zivago, dopo tanti anni.

-       Tanja, la sai suonare?
La  ragazza è già lontana e non può sentirlo.
-       Se la sa suonare? E’ un’artista! – dice il suo ragazzo.
-       E chi glielo ha insegnato?
-       Nessuno!
-       Allora è un dono, un dono di natura…

 

Anna D’Andrea